Sempre un sogno davanti agli occhi

«...perché senza desideri la vita diventa grigia e monotona» (Cesare Pavese).

Cesare Pavese nel suo diario Il mestiere di vivere ricorda come la vita senza desideri e senza la spinta di «un sogno davanti agli occhi» scada in una grigia e monotona sopravvivenza, perché il desiderio non è un’evasione fantastica, ma il motore dell’esistenza, la forza propulsiva che impedisce all’umano di accartocciarsi sul presente.
Il capitalismo ha operato una mutazione genetica del desiderio, traducendolo in bisogno di consumo (cfr. Z. Bauman), usa e getta, sfociando nella noia e nella omologazione. «Un sogno davanti agli occhi» ci proietta verso il futuro e un domani da costruire insieme, senza privarci del respiro utopico, e ci libera dalla iper connessione del «tutto e subito». Nella «società della stanchezza» l’uomo perde la capacità di sognare perché troppo occupato a «performare». Il sogno e il desiderio sono gli assi portanti della salute mentale e della maturazione personale (cfr. J. Lacan). Non siamo esseri completi e il vuoto originale ci mette in moto... Quando il sogno si spegne, subentra la «morte psichica», anticipazione di quella biologica, creando anedonia e apatia, depressione e disturbi di senso, con ripetizione di routine prive di significato.
È fondamentale distinguere il sogno regressivo (la fuga infantile dalla realtà) dal sogno «generativo», che integra il principio di realtà con quello della speranza. ( Tra senso di realtà e forza della speranza) La fede cristiana non è un sistema di regole morali o un rifugio rassicurante, ma un’avventura del desiderio. L’etimologia della parola «de-sidera» rimanda alla mancanza delle stelle, alla condizione di chi scruta il cielo e cerca una rotta. Sant’Agostino descriveva l’uomo come un essere il cui cuore è «inquieto» finché non riposa in Dio. La Chiesa è chiamata ad alimentare (non ad addormentare) questa inquietudine, contro un modello cristiano borghese, stanco e ridotto a mera abitudine del «tutti fanno così».
La Bibbia è costellata da figure di sognatori: da Giuseppe, figlio di Giacobbe, ad Abramo e a Giuseppe, sposo di Maria. Occorre «sognare insieme», senza diventare «cristiani da divano o museali». Senza un «sogno escatologico», diventiamo schiavi di una burocrazia dello spirito, grigia e incapace di attrarre.
Dobbiamo riattivare la facoltà di desiderare in una generazione anestetizzata... Questo richiede:

  • Spazi di silenzio e di ascolto del proprio vuoto interiore
  • Esperienze di servizio per uscire dall’egocentrismo
  • Una liturgia e una catechesi che non siano chiuse nel preconfezionamento di domande che nessuno si pone e nel depistaggio di domande vere sulla vita e sulla storia.
Mantenere un «sogno davanti agli occhi» è l’atto politico e spirituale più rivoluzionario che si possa compiere oggi. Il sogno non è l’espressione di un bisogno biologico né di una stravagante fantasia, e il desiderio non coincide con la smania del consumo. Per S. Freud il sogno è «la via regia che conduce alla conoscenza dell’inconscio» e alla realizzazione di un desiderio rimosso. Per Recalcati, attraverso il rigore lacaniano, il sogno è un messaggio che rivolgiamo a noi stessi. Il vero desiderio non vuole un oggetto da possedere, ma domanda la presenza dell’Altro. Per Freud il sogno è il custode del sonno, per Recalcati il sogno è il custode del desiderio. Quando siamo oppressi dal conformismo, dalla burocrazia e dalla depressione, il sogno irrompe chiedendoci: «Stai agendo in conformità con il desiderio che ti abita?». Il sogno è il tribunale inconscio del nostro desiderio. Educare vuol dire trasmettere la fede nel desiderio, e il sogno non è fuga dalla realtà..., ma ci rende liberi...

Una Chiesa che sogna per camminare insieme

Negli ultimi anni del mio ministero di parroco, Recalcati mi ha accompagnato nella catechesi delle giovani coppie e dei genitori dei ragazzi delle medie... Abbiamo scoperto una Chiesa che sa sognare, che non si accontenta di preservare l’esistente; una Chiesa con le porte aperte, capace di guardare oltre le proprie mura, senza rifugiarsi nelle utopie, con il coraggio della profezia, abbattendo gli steccati, mettendo al centro gli ultimi, rischiando per amore. Come cristiani abbiamo cercato di sperare, senza un vago ottimismo, ma gettando un’ancora nel futuro di Dio, camminando anche al buio, seminando talvolta in un terreno arido, portando luce nella rassegnazione.
Una Chiesa che sogna non si rassegna, guarda oltre le difficoltà del presente, intravedendo dentro le fatiche i germogli di qualcosa di nuovo. Significa lasciarsi abitare dalla promessa di Dio. La Chiesa nasce da un sogno di Dio, per metterci in cammino verso una terra nuova. Anche oggi la Chiesa è chiamata a sognare: quando sente il peso delle proprie fragilità, quando le chiese si svuotano, quando le nuove generazioni sono assenti, quando le divisioni e le paure sembrano più forti della speranza, quando rischiamo di lasciarci imprigionare dalla nostalgia di ciò che è stato.
Il bene cresce silenziosamente. Se guardiamo indietro non ci accorgiamo del «nuovo» che Dio ci dona: una persona che ricomincia a fidarsi, una famiglia che si apre all’accoglienza, un giovane che cerca un senso, un anziano che dona la propria saggezza, una comunità che si mette al servizio dei più poveri.
Una Chiesa che sogna annuncia il Vangelo ascoltando le domande, le inquietudini e le speranze degli uomini e delle donne del nostro tempo; non per giudicare, ma per incontrare; non per imporre risposte, ma per «camminare insieme» veramente in modo sinodale. Insieme al sogno c’è la speranza (virtù teologale), che non è un semplice ottimismo, ma la fiducia che Dio non abbandona la storia umana e che, anche quando non riusciamo a vedere la strada, l’Emmanuele-Dio-con-noi continua a camminare con noi.


2026-10-29