Tutti santi quando si parla dei peccati degli altri

Siamo spesso severi nel giudicare le colpe altrui e sorprendentemente molto indulgenti nel valutare i nostri errori. Quando il peccato appartiene all’altro, lo riconosciamo con facilità, lo analizziamo, lo commentiamo e talvolta lo condanniamo; quando invece riguarda noi stessi, troviamo spiegazioni, attenuanti, giustificazioni e circostanze che sembrano ridimensionarlo. Tendiamo a giudicare severamente gli altri per il bisogno di difendere un’immagine positiva di sé, anche se illusoria e scarsamente credibile. Ciò che maggiormente ci irrita negli altri è proprio ciò che facciamo fatica a riconoscere dentro di noi.
Per noi diciamo: "Ho sbagliato, però avevo le mie ragioni". Per l’altro: "Ha fatto quella cosa perché egoista, falso e cattivo". La vera domanda che dobbiamo farci è: "Perché questo errore mi scandalizza così tanto? Che cosa dice di me il modo in cui lo giudico? Sono capace di riconoscere le mie fragilità con la stessa lucidità con cui riconosco quelle degli altri?".
I social network hanno amplificato enormemente queste situazioni: una persona può essere rapidamente esposta, commentata, condannata, ridicolizzata da migliaia di persone che conoscono soltanto una piccolissima parte della sua storia. Si crea così un tribunale collettivo nel quale tutti sono giudici… senza nessuna difesa… un comportamento banale da ignoranti: senza rispetto, ascolto, conoscenza, responsabilità personale… È urgente gestire meglio questi social… ci hanno ormai tutti nauseato.
La condanna dell’altro senza appello crea una momentanea sensazione di "superiorità morale": noi siamo dalla parte giusta. Una persona finisce per essere identificata con il suo errore. Ma una persona è sempre più grande del proprio errore.

Tra giudizio e misericordia nelle nostre comunità

Esiste una differenza fondamentale tra dire: "Hai compiuto un’azione sbagliata" e dire: "Sei una persona sbagliata". Dal giudizio di un comportamento si passa a un giudizio sulla persona, che porta all’esclusione sociale, non alla correzione morale. Il Vangelo mette più volte in guardia dall’atteggiamento di chi vede la pagliuzza nell’occhio del fratello e non riconosce la trave dentro il suo occhio (Matteo 7,1-5 e Luca 6,41-42). Sorridendo amaramente possiamo dire che nella Chiesa si vive una "santità comparativa": ci sentiamo santi non perché trasformati dall’amore di Dio, ma perché troviamo sempre qualcuno peggiore di noi, per concludere: "Noi siamo migliori degli altri".
Quando il clero e i parrocchiani più zelanti pretendono "la perfezione" per essere accolti in una comunità, coloro che sono più fragili tenderanno a nascondere le proprie difficoltà: il peccato non scompare, diventa invisibile. Non tutti sono santi, sembrano apparentemente santi, perché pochi hanno il coraggio di essere autentici, trasparenti e sinceri. Nelle nostre comunità ognuno dovrebbe sentirsi libero di presentarsi con la propria verità senza essere immediatamente ridotto al proprio errore. Questo non significa approvare tutto, ma la correzione non significa umiliazione. Il discernimento è necessario. Una comunità non può diventare indifferente al male. Esistono comportamenti ingiusti, violenti, disonesti e distruttivi che devono essere corretti fraternamente (cfr. Matteo cap. 18,15-18).
Ma riconoscere il male non significa disprezzare chi lo ha commesso. La misericordia autentica non è complicità con il male. È la capacità di guardare contemporaneamente alla gravità dell’azione e alla dignità della persona. È possibile dire: "Quello che hai fatto è grave", senza aggiungere: "Per questo tu non vali più nulla". Se una persona viene soltanto condannata, non si aprirà mai a un cammino di conversione. Se correggo l’altro per dimostrare di essere migliore, non sto esercitando la carità; sto semplicemente affermando il mio potere moralistico su di lui. La comunità non è una ecclesia di persone perfette-arrivate, ma una comunità di donne e uomini in cammino, "perdonati". La santità non è assenza di fragilità, ma un cammino nel quale si impara progressivamente a lasciarsi trasformare interiormente dall’Amore di Dio.
L’umiltà cristiana è verità: non consiste nel dire "Sono una persona cattiva", ma nel riconoscere: "Anch’io posso sbagliare, anch’io ho bisogno di perdono, anch’io sono in cammino". La sfida è passare dalla santità esibita alla santità autentica. La vera santità comincia quando smettiamo di preoccuparci dei peccati degli altri e iniziamo a permettere a Dio di illuminare i nostri errori. Non siamo santi perché gli altri sono peccatori.

I meccanismi psicologici del giudizio e l'insegnamento del Vangelo

Il giudizio severo verso le colpe altrui risponde a precisi meccanismi di difesa… Non potendo integrare la propria fragilità, la proiettiamo sull’altro (G. Jung). Criticare il peccato altrui diventa il modo più immediato per punire all’esterno ciò che si teme di avere all’interno della propria personalità. Soffriamo quando percepiamo un divario tra i propri ideali morali e il proprio comportamento effettivo. Concentrare la nostra rabbia sui fallimenti degli altri distoglie la nostra attenzione dalle proprie incongruenze, ripristinando un illusorio equilibrio piuttosto traballante…
La svalutazione dell’altro è una scorciatoia emotiva per accrescere il valore "percepito" di sé, senza autocritica, ma sentendosi "moralmente" superiori… Si tende a scaricare le tensioni interne e i sensi di colpa di un gruppo su un unico individuo… (capro espiatorio di Freud: in Totem e tabù del 1913 e R. Girard). La condanna pubblica dell’altro crea una falsa coesione sociale… e un unico bersaglio colpevole…, ottenendo uno status sociale a basso costo… e instaurando una cultura dell’ipocrisia e del sospetto sistematico in un orizzonte di PARANOIA evidente.
Il Vangelo affronta questo tema nella parabola del Fariseo e del Pubblicano (Luca 18,9-14). Quando una comunità scivola nel moralismo, rischia di trasformarsi in un tribunale anziché in un ospedale da campo (Papa Francesco)… Il Vangelo propone la correzione fraterna (Matteo 18,15-17) con riservatezza, rispetto, empatia, in contrapposizione al giudizio sommario, alla mormorazione e al chiacchiericcio.


2026-10-21