Quando la cultura e il buon senso devono tacere

La persecuzione delle voci colte di fronte all'arroganza dell'ignoranza e del falso zelo religioso

In questi anni di pensionamento come parroco emerito mi sto dedicando a incontrare persone colte “silenziose”, non perché senza argomenti su cui riflettere, ma perché hanno scelto di ritirarsi dal dibattito pubblico di fronte all’irruenza di voci aggressive e semplificatorie, semplicemente per autoproteggersi.
Ho avuto la possibilità di approfondire l’effetto Dunning-Kruger di amici oppressi dalla eccessiva sicurezza di “potenti” con toni perentori in un contesto socio-ecclesiale nel quale il dialogo è diventato infruttuoso a causa di uno stile aggressivo, violento, escludente ed emarginante.
Non è una novità: Socrate (cfr. Platone nella sua Apologia di Socrate) era convinto di «sapere di non sapere». Nicolò Cusano ha scritto la Dotta ignoranza. B. Spinoza, filosofo olandese del sec. XVII, ha affermato: «Quanto più uno è ignorante, tanto più è audace e pronto a scrivere». In Shakespeare (Come vi piace) leggiamo: «Il saggio sa di essere stupido, lo stupido invece crede di essere saggio». Consiglio di contemplare non solo il famoso Giudizio Universale di Michelangelo nella Cappella Sistina, ma anche l’allegoria del giudizio distorto nell’opera di Botticelli.

La dittatura degli slogan nell'ecosistema digitale

Purtroppo le piattaforme digitali, a causa degli algoritmi, squalificano le rigorose mediazioni culturali a favore della risposta emotiva immediata. Non c’è differenza oggi tra opinioni banali di ignoranti e competenze verificate. Le argomentazioni logiche vengono vissute come una minaccia all’identità del gruppo. Il silenzio può rischiare di trasformarsi in omissione o complicità passiva. Il dialogo ecclesiale è inteso non come un’aggressività comunicativa oppure una contesa da vincere, ma come un servizio alla comunità e alla dignità della persona. La tradizione cristiana richiama alla parresia (la franchezza nel parlare con verità e carità), ma anche alla prudenza per evitare sterili contrapposizioni. Il confronto deve avvenire sul merito, evitando sia il mutismo rinunciatario sia la reazione aggressiva. La cultura non deve arretrare di fronte all’inciviltà.
Il senso critico e la buona educazione presso gli ignoranti sono fraintesi come debolezza (anche temperamentale). La costante esposizione all’ostilità causa esaurimento e spinge verso l’autocensura. Un pensiero complesso impiega tempo e sfumature, mentre l’aggressività trae forza da slogan senza sforzo di pensiero, però premiata dall’ecosistema mediatico in quanto reattività emotiva, scontro spettacolarizzato e scambiata per spontanea autenticità.
La mansuetudine gestisce la reattività violenta. Nell’enciclica Ecclesiam suam Paolo VI propone il dialogo che richiede pazienza, ma che non abdica mai alla verità. Nel rapporto tra la ricerca della verità e le strutture di potere spesso dominate dall’ignoranza dobbiamo constatare che gli arroganti rifiutano la complessità del sapere e si arroccano nella dittatura degli slogan di moda, e i sapienti diventano ai loro occhi figure pericolose.

I testimoni del silenzio forzato e la verità della parresia

Ai dotti e ai profeti violentemente viene imposto il silenzio e dobbiamo constatare la soffocazione della parresia, della schiettezza evangelica e del coraggio di dire la verità a viso aperto. La parresia (dal greco: pàn rèmein = dire tutto) non è un semplice diritto di parola, ma un dovere etico e spirituale. Cristo e i suoi discepoli parlano con parresia, con franchezza spoglia di retorica, sfidando l’ipocrisia degli scribi e dei farisei, la cecità del potere politico e religioso.
Per gli ignoranti, intesi non solo come privi di cultura, ma incapaci di discernimento e di pensiero personale, la complessità dell’analisi intellettuale appare come un atto di sovversione e talvolta scelgono un temporaneo silenzio strategicamente per autodifesa. La parola nella chiesa libera viene sostituita dal censore che imbavaglia, condannando tutti a un’uniformità coatta.
L’incompetenza, quando rivestita di autorità formale, è incapace di argomentare e può soltanto sanzionare. Con semplificazione e diffamazione si riducono il pensiero a formule eretiche o sovversive facili da denigrare, condannando all’isolamento sociale e alla demonizzazione. Si creano apparati normativi e burocratici, condannando alla paralisi della ricerca e all’autocensura preventiva. Si condanna all’isolamento e all’emarginazione, annientando «chi pensa» come avvertimento per le generazioni future. Ricordiamo soltanto alcuni testimoni e martiri del silenzio forzato:

  • Giordano Bruno: il rogo di Campo de' Fiori nel 1600 rappresenta la vittoria momentanea del fuoco della violenza sulla luce del pensiero libero.
  • Galileo Galilei: il suo silenzio forzato nella villa di Arcetri è la ferita a causa del contrasto tra osservazione scientifica e dogmatismo ottuso.
  • I teologi del Novecento: Pierre Teilhard de Chardin, Yves Congar, Henri de Lubac e tantissimi altri... prima di essere riabilitati, furono condannati al silenzio e all’allontanamento dall’insegnamento..., prima di veder riconosciuto il valore del loro pensiero profetico al Concilio Vaticano II.
  • Giovanna d'Arco, Primo Mazzolari, Lorenzo Milani, Oscar Romero (perseguitato e incompreso da settori della gerarchia prima di essere ucciso dagli squadroni della morte), Don Giovanni Battista Bobbio, tradito da presunti credenti e da una parte della gerarchia.
Così la teologia si è prosciugata in formule vuote, incapace di parlare agli uomini di oggi. Il silenzio coatto sostituisce la fede viva con il conformismo esteriore: la paura ha preso il posto del discernimento. Per proteggere un’istituzione si crea un baratro di autolesionismo da parte degli ignoranti al potere e dei censori.

Il martirio della parresia all'interno della Chiesa

La rinuncia alla parola di fronte al degrado verbale è spesso una virtù, la mansuetudine gestisce sapientemente la reattività violenta, senza cancellare il dovere di testimoniare il vero. Non dimentichiamo il modello di S. Paolo VI nell’enciclica Ecclesiam suam: il dialogo è inteso come un atto che richiede pazienza, ma non abdica mai alla verità per timore del rifiuto. Il silenzio per comodità rischia di trasformarsi in complicità, il dialogo invece ci aiuta ad abitare la sfera pubblica con uno stile evangelico, saldo nei contenuti, ma privo di violenza.
La storia della chiesa è costellata da un paradosso doloroso ma ricorrente: la persecuzione più insidiosa non sempre proviene dall’esterno – dai cesari, dagli imperi oppure dalle ideologie atee – ma matura spesso all’interno delle strutture ecclesiali. Spesso la parresia, il parlare franco, libero e intriso di Spirito Santo, viene sistematicamente neutralizzata e repressa prima che possa strutturarsi come vera e propria «profezia». Quando l’istituzione ecclesiale confonde la propria sopravvivenza organizzativa con il Regno di Dio, la parola profetica viene percepita non come un dono di rinnovamento, ma come una minaccia all’ordine costituito, condannando inevitabilmente il testimone al martirio, un martirio che può essere di sangue, ma che spesso è di tipo morale.
La parresia biblicamente non è un mero «dire ciò che si pensa» o un’ostentazione di coraggio umano, ma è l’audacia di proclamare la verità con umiltà e senza paura dei poteri umani, radicata nella comunione con Cristo; è l’interpretazione del presente alla luce del disegno di Dio, una parola che svela le ipocrisie, disvela il male e chiama la comunità alla conversione (metanoia).
Il conflitto, come scatto del meccanismo difensivo dell’istituzione ecclesiale, nasce quando la parresia diventa profezia. Questo accade quando la chiesa è tentata dall’autoreferenzialità e dall’autoconservazione, sviluppando rigidità, adagiandosi su equilibri di potere e su consuetudini rassicuranti a livello pastorale. Quando la parresia solleva il velo su incoerenze, corruzioni, sclerosi spirituali, la prima reazione è la negazione... La profezia viene svalutata come disobbedienza o ribellione, come vizio morale o superbia spirituale, come eresia o deviazione dottrinale, come minaccia all’unità: il silenzio è imposto come clava per imporre l’uniformità e la copertura del male. All’interno della chiesa la condanna al martirio dalla parresia fino alla profezia si sviluppa attraverso tappe progressive: all’inizio con strategie sottili di isolamento e delegittimazione fino alla condanna fisica o alla cancellazione istituzionale. All’inizio si toglie la parola, con censure, si impone il silenzio e il trasferimento in luoghi marginali, spegnendo tutte le casse di risonanza. Prima del martirio fisico, esiste una «morte morale»: il testimone viene dipinto come un elemento disturbante, un nemico della fede.
Devo confessare sinceramente che personalmente ho conosciuto questa sofferenza interiore atroce: il Signore mi ha chiamato non solo a soffrire per la chiesa, ma anche a causa di uomini di chiesa. Chiedo pubblicamente perdono per le mie colpe. Quando viene impedito alla parresia di diventare profezia, personalmente mi sono trovato di fronte a un bivio: cedere al compromesso oppure rimanere fedele alla verità intravista (accettando l’annientamento-kenosi). Il martirio è la consacrazione definitiva della profezia: la testimonianza cristiana non è dettata da interesse personale o di carriera, da ideologia o da vanagloria, ma dallo Spirito Santo. Anche Gesù ha subito la persecuzione religiosa, ma la vita parla sempre con una potenza insuperabile, anche quando la parola viene zittita. Storicamente alcune condanne sono diventate il nutrimento della Chiesa dell’epoca successiva. Oggi la tentazione di reprimere la parresia si presenta sotto forma del clericalismo, della paura del dibattito aperto, della tendenza a preferire il conformismo rassicurante alla ricerca sincera della verità. Questa è la storia del mio martirio personale della solitudine e dell’emarginazione.


2026-11-06