Essere o Apparire

Negli anni ’70 il dilemma era un altro: avere o essere (E. Fromm, 1976; G. Marcel, Haben und Sein). La verità è uno svelamento e un non-nascondimento (in greco aletheia). Oggi, la distinzione tra l’essenza e la sua rappresentazione è una sfida per la società e per la Chiesa, in un’epoca dominata dall’immagine digitale.
Il sociologo G. Debord, già negli anni ’60, parlava della "società dello spettacolo". Con l’avvento dei social media questa dinamica si è estremizzata: "non si è più se non si appare". La vita quotidiana diventa una messinscena continua. Il valore di un’esperienza non risiede più nell'essere, ma nella sua capacità di essere fotografata e condivisa. Senza la conferma (il like) altrui, si percepisce un vuoto esistenziale. Nell’apparire l’uomo diventa merce: si vendono stili di vita, emozioni e opinioni.

La Chiesa tra formalismo ed essere

Per la Chiesa il rischio è il formalismo: una religione fatta di riti esteriori. Anche Gesù si scontrò con la casta sacerdotale del suo tempo. La sua critica ai "sepolcri imbiancati" (belli fuori, ma pieni di morte dentro) è il fondamento di una ecclesiologia dell’essere. La dignità dell’uomo è interiore, indipendente dal successo sociale; la sua verità non è in ciò che mostra, ma nel suo essere creatura a immagine di Dio.
Quando una comunità si preoccupa della propria immagine pubblica, del potere o della perfezione dei riti, piuttosto che del servizio ai poveri, scivola nell’idolatria dell’apparire. La testimonianza cristiana (martyria) non richiede un palcoscenico. Il testimone non è un attore, ma narra un’esperienza che ha vissuto. L’essere del cristiano precede l’apparire.

Dall'io esposto all'io relazionale

La Chiesa non è un’"agenzia di marketing" etico e non usa l’altro come specchio per la propria vanità: occorre passare dall’"io esposto" all’"io relazionale". Grazie al Concilio Vaticano II, la Chiesa appare meno potente e meno perfetta, ma più vicina alle ferite dell’umanità, come un "ospedale da campo" (Papa Francesco). Spesso le omelie sono monologhi che cercano applausi, invece di essere un dialogo interiore che cerca la Verità.
La sfida è abitare lo spazio dell’apparenza (i media, le piazze) senza lasciarsi svuotare l’anima. La distinzione tra essere e apparire nella Chiesa riguarda l’autenticità della fede rispetto all’ipocrisia esteriore. Gesù ci invita alla conversione del cuore (metanoia), preferendo una vita coerente all'approvazione sociale, smascherando chi onora Dio solo con le labbra.

La fragilità dell'identità performativa

La fede è un fatto prevalentemente interiore, vissuto nel silenzio e nel segreto del cuore, non un’esibizione per ottenere consenso. Non basta una religiosità esteriore se il cuore è lontano da Dio. I social media e la cultura dell’immagine contribuiscono a convincerci che conti solo come si viene percepiti. È un’identità "performativa", fragile e instabile, che modella il comportamento in funzione dello sguardo altrui, rendendoci schiavi del giudizio.
La missione della Chiesa si radica nella testimonianza (verità, autenticità e comunione) del Vangelo. Occorre coerenza tra ciò che si proclama e ciò che si vive: l’essere precede l’apparire (cfr. "Fate quello che dicono, ma non fate quello che fanno", Mt 23,3). L’eccesso di visibilità porta alla vanità, alla menzogna dei rapporti umani e a un fariseismo nauseante.

Il tramonto della modestia e la maschera

Pio XII disse che "moda" ha lo stesso etimo filologico di "modestia", che purtroppo oggi non è più di moda. Se non appari e non fai spettacolo, sembri non valere nulla. Spesso la teatralità di se stessi degenera nella sottocultura della volgarità. I surrogati dell’apparenza creano agitazione, falsità e inquietudine: la quantità non darà mai la qualità.
Quanti "amici in carriera" hanno cambiato volto e spento la cordialità sul piedistallo dell’apparire, mortificando l’essere. L’apparire invecchia e genera tristezza, mentre l’essere è fonte di serenità. I miracoli di Gesù non cercavano l’applauso, ma rivelavano il mistero della salvezza.


La mancanza di umiltà annulla la verità dell’essere e fa esplodere la menzogna dell’apparire. Oggi le relazioni si sciolgono presto perché non sono incontri di anime, ma di maschere. Come scrisse Shakespeare, tutto il mondo è un palcoscenico e gli uomini sono solo attori; recitiamo molti personaggi, ma non siamo "persone" (tema caro anche a Pirandello in Sei personaggi in cerca d’autore e Uno, nessuno e centomila).
Tu vali oggi per la ricchezza che hai e non per quello che sei; per ciò che hai in tasca e non per ciò che hai nel cuore. Ma l’apparire costringe a indossare una maschera. Afferma Leopardi: "Siamo ridicoli quando vogliamo apparire ciò che non siamo". Si consiglia ironicamente di non tenere per troppo tempo la stessa maschera, perché finisce per diventare la tua faccia. Come ricorda il film Vanity Fair e, soprattutto, il Qoelet, che per 38 volte parla di "vanità": tutto ciò che è solo apparenza è destinato a svanire.


2026-05-20