Solennità dell ‘Ascensione (Anno A - 17 maggio 2026)
Letture
- Atti degli Apostoli (1,1-11): L’evento del distacco e il monito degli angeli che distolgono lo sguardo dei discepoli dall'astrazione del cielo per riconsegnarli alla storia.
- Salmo 46: L’esultanza per il compimento del disegno divino: "Ascende il Signore tra canti di gioia".
- Lettera agli Efesini (1,17-23): La rivelazione della pienezza di Cristo che, asceso al Padre, diventa capo del corpo che è la Chiesa, operante nel tempo.
- Vangelo secondo Matteo (28,16-20): Il mandato universale sul monte della Galilea, dove l'adorazione convive drammaticamente con il dubbio, sigillato dalla promessa della Presenza invisibile.
Sottraendosi alla vista, Cristo non inaugura un’assenza né un abbandono, ma opera una radicale mutazione della presenza: Egli smette di essere un oggetto esterno da osservare per diventare la forza interiore che abita la nostra coscienza e abilita l’agire. È il superamento della dipendenza infantile per inaugurare il tempo della libertà testimoniale.
1)Dall’Osservazione alla Coscienza: Il superamento della delega
Perché la presenza di Cristo si sottrae proprio nel momento del bisogno? Siamo strutturati per cercare conferme tangibili e figure carismatiche che risolvano i conflitti al posto nostro. L’Ascensione interrompe questa dinamica di delega spirituale. Finché il divino è rintracciabile in una figura esterna, restiamo confinati in una condizione di minorità, spettatori passivi della grazia. Scomparendo alla vista, Cristo ci permette di uscire da questa condizione: il distacco obbliga al passaggio dalla "presenza rassicurante" alla "responsabilità ispirata". La fede, dopo questo distacco, non è più l'adesione a un fenomeno evidente, ma una scelta di campo: decidere di incarnare una visione del mondo proprio quando non è più visivamente rintracciabile. È il passaggio dall'essere semplici seguaci all'assumersi la responsabilità di un’eredità.
- Se il sacro non viene più dall’esterno, siamo pronti a pensare che sia la nostra coscienza a dire cosa è giusto e a guidare le nostre azioni? Siamo pronti ad abitare il vuoto lasciato dalla forma visibile per permettere a quella stessa forza di informare i nostri giudizi e le nostre scelte?
2) La Dignità del Limite: L’autorità del testimone
Si può essere credibili convivendo con l’incertezza? Il Vangelo secondo Matteo (28,16-20) non nasconde le esitazioni di chi era presente sul monte della Galilea: l’adorazione conviveva drammaticamente con il dubbio più crudo. Questa ammissione rivela che la credibilità non risiede nella perfezione etica, nella statura morale superiore o nell'assenza di incertezze.
Se il Risorto avesse cercato l'impeccabilità, avrebbe scelto figure prive di sbavature. Invece, affida il futuro a persone che portano l'incertezza nel cuore della loro scelta. Essere testimoni oggi non significa sbandierare certezze granitiche, ma accettare la fragilità come unico spazio reale in cui la novità può accadere e il coraggio di camminare insieme ai dubbi, mostrando che si può vivere con speranza anche nelle contraddizioni del quotidiano.
- In un tempo che esige certezze granitiche e performance impeccabili, possiamo recuperare il valore del testimone che non nasconde le proprie imperfezioni, ma le abita come spazi di accoglienza? Può la nostra fragilità, una volta sottratta al senso di colpa, divenire il luogo in cui si manifesta la novità della speranza?
3) La custodia della Storia: la fine dell’alibi verticale
Cosa resta della verticalità se siamo noi a dover gestire il presente? Gli Atti degli Apostoli (1,1-11) ci mostrano il monito degli angeli che distolgono lo sguardo dei discepoli dall'astrazione del cielo per riconsegnarli alla storia. Questo richiamo ("Perché state a guardare il cielo?") agisce come una severa interruzione di ogni deriva nostalgica o spiritualistica.
L’Ascensione ci impedisce di rifugiarci nella nostalgia di un cielo vuoto e ci consegna la custodia della terra. La promessa di una vicinanza che dura "tutti i giorni" non annulla la distanza, ma la riempie di senso concreto. L'azione divina non è più un intervento che piove dall'alto, ma una responsabilità affidata alla nostra umanità. La verticalità si piega sull'orizzonte: non c'è più un altrove dove fuggire per evitare l'impegno.
- Se la promessa di una presenza che non ci lascia mai non elimina le difficoltà, ma le rende significative, come cambia il nostro modo di affrontare i momenti di crisi? Siamo pronti a smettere di aspettare un miracolo e a diventare noi, con scelte oneste e concrete, la risposta alle difficoltà?
Verso la pienezza
Celebrare la Solennità dell’Ascensione significa accogliere la rivelazione della Lettera agli Efesini: la pienezza di Cristo che, asceso al Padre, diventa capo del corpo che è la Chiesa, operante nel tempo. Non è più il tempo di attendere un intervento prodigioso che risolva le crisi esterne, ma di accogliere una Presenza che ci abilita all'azione.
La domanda finale non è più dove sia finito il Signore, ma dove siamo finiti noi: siamo pronti ad accettare che la nostra onestà, con tutti i suoi limiti, sia per Lui uno strumento più prezioso di una presunta e sterile perfezione? Non dobbiamo più attendere il cielo, ma rendere il cielo presente attraverso lo spessore della nostra umanità.
2026-05-17