Pensare la fede e la pastorale
A fondamento della nostra fede c’è la predicazione degli apostoli, la dottrina dei Padri della Chiesa e il Magistero del Papa: il nostro compito è di pensare la fede per una comprensione più profonda. Mai contrapporre Rivelazione, Magistero, Tradizione (con la T maiuscola) e la pastorale...
Se io non penso bene, non potrò mai agire bene. Una chiesa con poca attenzione alla dottrina non è più pastorale, è solo più ignorante (C.C.). E’ la fede che giudica il mondo o il mondo che giudica la fede? (cfr. Jean Guitton: "Il Cristo dilacerato. Crisi e concili nella chiesa", Ed. Saggiatore, Cantagalli, Feltrinelli, 1 – I – 2002).
Oltre il sentimento: la dottrina come risposta reale
Il fondamento della nostra salvezza è la fede, non il nostro agire pastorale. La proposta cristiana non si può ridurre a esortazione morale noiosa e ripetitiva: è l’insidia pelagiana che S. Agostino chiamava l'orrendo veleno del Cristianesimo. Occorre riscoprire il rapporto tra la certezza della fede e la libertà fondamentale di ciascun uomo, senza ignorare il contesto socio-culturale.
I cambiamenti nella pastorale non possono comportare l’abbandono della dottrina della fede nella chiesa, che con "sensibilità rabdomante" cerca i segni dei tempi della storia, già presenti nel vangelo, traendo cose nuove dalle parole di Gesù. Non possiamo ridurre la fede a un sentimento valido soltanto per i semplici, a un giudizio soggettivo, a una morale (I. Kant).
Accogliamo l’invito di S. Paolo: "Custodisci il buon deposito con l’aiuto dello Spirito Santo" (2Tim. 1,13). Dobbiamo "pensare la fede": non è un invito innocuo e scontato, oggi è provocatorio. Rifiutiamo il fideismo e difendiamo il valore della ragione (cfr. Fides et ratio di Papa Giovanni Paolo II).
Nella chiesa ci sono diverse linee di pensiero: quello che Papa Francesco dice del "poliedro" si applica anche al pensiero della chiesa (E.G. n. 40). Dobbiamo convertirci pastoralmente ad una chiesa in uscita (E.G. n. 25 e n. 20). Occorre passare da una pastorale del "no" a una pastorale del "sì", con prudenza, con audacia, in positivo e non in negativo, passando dalle cosiddette "soluzioni pastorali per i fedeli in situazioni di manifesta indisposizione morale o in periferia morale o spirituale", a una "pastorale integrale" (cfr. Sussidio per i pastori. Città del Vaticano 1988).
La sfida di una fede pensata oggi
E’ nostro compito mantenere desta la sensibilità per la verità, invitare sempre la ragione a mettersi alla ricerca del vero, del bene, di Dio, a percepire Cristo come Luce che illumina la storia umana e ad aiutare a trovare la via verso il futuro (cfr. conferenza disdetta per Papa Benedetto XVI il 15 gennaio 2008 all’Università Sapienza di Roma).
In questi giorni è drammatico il rapporto tra esigenze pastorali e fedeltà dottrinali: i pastori non devono camminare in mezzo e dietro al gregge, ma anche profeticamente "davanti" al gregge. Papa Francesco in tre paragrafi dell’Esortazione apostolica "Evangelii Gaudium" (nn. 231-233) ha chiarito la tensione bipolare tra "l’idea e la realtà". Talvolta la scelta del male minore è l’unica possibile.
La pastorale fa sì che la dottrina non sia una cosa astratta, ma una risposta alle nostre condizioni odierne. Chi ama la "fede pensata" mi fa venire in mente la luce, discreta, gentile, umile, invisibile, perché fa un lavoro nascosto e umile per far emergere la luce del Vangelo.
Bisogna dunque "RIPENSARE IL PENSIERO": non è un lavoro per parolai e irresponsabili, esperti nelle semplificazioni ideologiche che mutilano la realtà, partorendo pensieri sterili, univoci, generando polarizzazioni e frammentazioni, cioè ideologie.
Tutti siamo chiamati a cercare, a trovare e a cercare ancora... Non è una riserva di caccia per soli specialisti, altezzosamente lontani dalle domande della povera gente e disinteressati a lasciarsi interrogare e provocare dagli altri, purtroppo non amici di chiunque avverta la sete della verità.
2026-05-13