Una comunità ecclesiale che pensa
Non è una riflessione erudita e nemmeno un interesse ‘antiquario’, ma una sintesi tra sapere, spiritualità e formazione: un millennio fa era tradizione nella Chiesa.
Oggi viviamo un momento storico di transizione: ci manca una visione integrata e unitaria e rischiamo una riduzione specialistica delle conoscenze.
Abbiamo moltiplicato i pensieri, rischiando non solo l’ignoranza, ma soprattutto la dispersione a livello ecclesiale e pastorale.
Nella Chiesa stiamo dimenticando lo studio non solo come impegno intellettuale, ma soprattutto spirituale.
La formazione socioecclesiale deve coinvolgere intelligenza, carattere, umiltà, capacità di ascolto… e non ridurla a informazione e competenza tecnica.
Quindi apertura a tutte le discipline, rifiuto della superbia intellettuale, disponibilità a imparare da chiunque, senza perdita del senso critico e con superamento dell’autoreferenzialità.
Non soluzioni preconfezionate per illuminare il presente, ma intelligenza disciplinata e umile in grado di discernere la complessità, senza esserne travolta.
È urgente non l’accumulazione, ma l’integrazione dei saperi e delle conoscenze.
Chi interrompe questo impegno si autocondanna a una progressiva atrofia socio-ecclesiale.
L’ascesi del pensiero e l’esigenza del senso critico
È un’ascesi intellettuale. Giambattista Vico ha denunciato la ‘boria dei dotti’, cioè la superbia cognitiva. Ugo di S. Vittore proponeva tre criteri:
- Non disprezzare alcuna scienza
- Non vergognarsi di imparare da chiunque
- Non disprezzare gli altri, dopo aver acquisito il loro sapere
Occorre senso critico, però senza polemica, perché nasce dall’umiltà.
La ‘infocrazia’ elaborata da Byung-Chul Han ci rende vigilanti perché l’eccesso informativo produce confusione.
Non si tratta di ‘sapere di più’, ma di ‘sapere meglio’.
Occorre non solo consenso emotivo, ma anche razionale.
Il senso critico non è soltanto uno strumento cognitivo, ma di libertà per abitare la complessità senza esserne travolti, senza perdere il riferimento alla Verità: non è necessario dare sempre alla comunità risposte immediate, ma soprattutto CRITERI PER PENSARE.
Il linguaggio non è neutro, ma costruisce visioni del mondo.
Oggi nella Chiesa si esalta una spontaneità pastorale, spesso priva di solide basi culturali.
Quando frequentavo gli organismi di partecipazione ecclesiale diocesani o parrocchiali, ho spesso constatato la preferenza dell’efficienza organizzativa oppure delle elucubrazioni astratte… per finire con il buttare tutto in ‘caciara-spiritualistica-devozionale’, in approssimazione teologica e in superficialità pastorale introdotta con il ‘cavallo di Troia’ del buon senso. La competenza abitualmente si emarginava come un lusso inutile e depistante, non come un atto di responsabilità ecclesiale…
Ho sempre sognato una Chiesa capace di pensare, discernere e interpretare; spesso invece mi è stata imposta la gestione dell’immediato e una fede emotiva, non ragionevole.
Quando il pensiero viene mortificato, anche la pastorale si impoverisce, riducendosi a ripetizione di slogan, di moralismi e di spiritualismi disincarnati.
La carità senza intelligenza rischia il sentimentalismo e ci fa ricordare lo stile di buonismo bigotto e presuntuoso di ‘donna Prassede’ di manzoniana memoria.
Ho sempre sognato una fede pensata, meditata e culturalmente abitabile.
Nella Chiesa spesso si castrano le potenzialità intellettuali, si preferiscono le funzioni operative per tappare i buchi senza una sapiente programmazione e si indebolisce così la capacità di interpretare la complessità del presente.
Nella Chiesa oggi si deve constatare una superbia intellettuale che non nasce dal sapere acquisito, ma dalle anticipazioni indebite del suo riconoscimento.
Tanti sono promossi sul campo come competenti, fingendo di essere ciò che non si è, presunti intellettuali ‘yes-man’, preoccupati più di costruire un’immagine accettabile di sé, invece di essere instancabili cercatori della Verità. Nella Chiesa sono troppi coloro che si sentono ‘arrivati’ e sono sempre meno gli ‘eternamente’ appassionati assetati della Verità.
La Chiesa ha sempre bisogno di persone che sappiano pensare, riflettere, discernere e cercare con sincerità la volontà di Dio.
È aumentato il rischio di sostituire la ricerca della Verità con l’esito del successo personale, trasformando il servizio ecclesiale in una corsa alla carriera, attenti al prestigio e non alla missione, all’interesse individuale e non al bene comune.
Dal carrierismo alla logica del servizio e dell'ascolto
Pensare nella Chiesa significa anzitutto ascoltare.
Significa interrogarsi sulle necessità del popolo di Dio, leggere i segni dei tempi, approfondire la Parola e la Tradizione, coltivare una fede capace di dialogare con la cultura e con le sfide della società di oggi.
Il pensiero autentico nasce dall’umiltà di chi sa che non possiede tutte le risposte, ma sa accogliere le domande dell’uomo di oggi: la verità si cerca insieme nella comunione.
La carriera, invece, tende a mettere al centro l’ambizione personale e il servizio ecclesiale diventa uno strumento per ottenere riconoscimenti, onorificenze e visibilità.
La logica evangelica segue una strada diversa: chi guida è chiamato a servire, a responsabilità con pesi maggiori, non con vantaggi preminenti.
Una Chiesa che pensa è una Chiesa viva.
È una comunità che non teme le domande, che forma le coscienze, che valorizza lo studio e la riflessione teologica e delle scienze umane, che incoraggia il dialogo, una coscienza critica e il discernimento.
Senza il pensiero, l’azione pastorale diventa superficiale; senza la ricerca spirituale e intellettuale, le strutture ecclesiali diventano un pesantissimo baraccone con tanta confusione e disordine.
Ogni ministero, ogni responsabilità nella Chiesa dovrebbe essere vissuta come una chiamata a donarsi, non come un gradino da salire, non come un trono per spadroneggiare con arroganza e arbitrio sui fratelli.
Invece non conta il ruolo importante occupato, ma la capacità di contribuire alla crescita della fede, della carità e della comunione.
La Chiesa del futuro avrà bisogno di uomini e donne che sappiano pregare e pensare, ascoltare e discernere, servire e accompagnare con umiltà.
Avrà bisogno di credenti più interessati alla missione che alla posizione socio-ecclesiale, più appassionati alla verità che al consenso, più desiderosi di costruire il Regno di Dio che di costruirsi una carriera.
2026-08-18